Può essere banale osservare che non ci si sposa mai da soli... Ma forse vale la pena di riflettere su che cosa significa “fare coppia”. Vi sono infatti tante esperienze assai ricche e importanti nella vita dell’uomo e della donna - dal lavoro alla creazione artistica, dalla preghiera allo sport - che possono essere realizzate singolarmente, e che dunque sono frutto di un progetto, ma che, per quanto in qualche modo sempre commisurato agli altri e in parte realizzato insieme, sono tuttavia progetti “individuali” per eccellenza.
La sessualità, invece, e la sua forma di realizzazione più piena, qual è appunto l’unione matrimoniale, è invece per sua natura un fatto di coppia*,* anche nelle sue forme più transitorie e precarie, al limite in quelle mercenarie dove dell’amore rimane solo una pallida ombra, essa esige e richiede sempre il rapporto con un altro, e con un altro diverso.
Anche nell’ambito dell’esercizio della sessualità, tuttavia, vi sono tante forme e tanti modi di stare con un altro. Può accadere di gratificare l’altro e di essere gratificati sessualmente dall’altro, senza tuttavia che da questo incontro si esca con il proposito di realizzare con quel determinato altro un “progetto” comune. Si potrebbe anzi affermare che fra la sessualità nel matrimonio e la sessualità fuori del matrimonio intercorre un’abissale differenza, perché solo la prima si pone nella prospettiva della realizzazione di un progetto: il gesto sessuale non riguarda più soltanto se stessi o l’altro come espressione provvisoria del desiderio, ma la coppia. Sono uomo e donna insieme che vogliono camminare l’uno a fianco all’altro nei giorni della loro vita, costruire qualcosa, avere figli ed educarli, invecchiare a poco a poco aiutandosi e sorreggendosi l’un l’altro. L’amore che sboccia nel matrimonio, dunque, sa guardare al domani, e in questo domani sta appunto la sua capacità di essere progetto per il futuro.
Queste riflessioni introducono una prima risposta alla domanda fondamentale che necessariamente si pongono (o dovrebbero porsi) due persone che si accingono a celebrare il loro matrimonio: sposarsi, perché? Questo interrogativo, che certo non avrebbe sfiorato la mente della maggior parte dei giovani di cinquant’anni fa, oggi viene posto apertamente da una mentalità che va facendosi largo spazio e che finisce per svuotare di significato tutte le istituzioni. Perché sposarsi, quando ciò che conta è amarsi e non il “pezzo di carta” rilasciato dal parroco o dal sindaco? Perché sposarsi, se l’amore è qualche cosa di inafferrabile, che oggi c’è e domani non c’è più (soprattutto se il domani appare avvolto dall’oscurità di un futuro incerto e imprevedibile...)?
Si tratta di dubbi che serpeggiano fra molti giovani i quali magari approdano alla fine al matrimonio, ma con scarsa convinzione e tiepido entusiasmo, magari per far piacere al loro genitore un po’ all’antica...
In realtà, non si pensa mai abbastanza al fatto che il matrimonio si situa a livello qualitativamente diverso, rispetto alla semplice convivenza, sia sul piano morale e giuridico sia su quello religioso (e ne fa fede la tradizione di tutte le civiltà, passate e presenti, che ci sono note). Il matrimonio, in quanto patto d’amore duraturo, esprime la volontà responsabile degli sposi di impegnarsi insieme in un progetto, nella costruzione di un vivere insieme che si inserisce nella più vasta comunità umana, alla quale si vuol dare un apporto positivo.
Sposarsi, dunque, non significa soltanto porsi nella prospettiva romantica dei «due cuori e una capanna» o del «vissero insieme felici e contenti» (per questo, forse, potrebbe davvero bastare una semplice convivenza), ma anche in quella progettuale di «costruire in due». La cosa appare, in quest’ottica, come il simbolo concreto di tale volontà: «costruire» una casa (anche nel suo senso comune di «mettere su casa», di arredare un appartamento) assume una ricchezza grandissima di significati, di cui non sempre gli sposi sono realmente consapevoli.
«Mettere su casa» vuol dire prima di tutto costruire una comunione d’amore che abiti in un luogo e lo animi della propria vita. La comunione (amarsi, comprendersi, donarsi... fino al sacrificio) non si improvvisa né in anni di fidanzamento, né nei giorni della luna di miele: ad essa, da un certo punto di vista, non basta una vita, perché ogni giorno è diverso dal precedente, perché mutano le condizioni del vivere insieme, maturano gli sposi e si arricchiscono le loro esperienze esistenziali.
Dalla comunione quotidianamente ricercata degli sposi nasce la comunità familiare, che non consiste solo e tanto nella somma degli sposi-genitori e dei figli, ma è prima di tutto uno stile di vita comune, fatto di rispetto, di accoglienza, di dialogo, di promozione reciproca. Questi aspetti debbono già caratterizzare il rapporto fra l’uomo e la donna che sta alla base della comunità familiare: dal tipo di questo rapporto, infatti, prende forma lo stile di vita familiare e il tipo di rapporto educativo dei genitori nei confronti dei propri figli.
Un vero progetto di coppia, infatti, non riguarda mai soltanto due persone: anche se mancassero i figli, sposarsi vuol sempre dire guardare avanti e prepararsi a dare qualcosa; la vita, se possibile, ma sempre qualcosa di se stessi. Se la paternità e la maternità non potranno realizzarsi nella loro forma più immediata, dovranno poter trovare altre forme di espressione.
Da questa capacità di fare coppia nasce, in ciascuna famiglia, un peculiare progetto, che non può mai essere eguale a un altro, perché ogni persona e ogni coppia sono caratterizzate da una loro originalità, cui le vicende della vita si incaricano poi di apporre un particolare sigillo.
Per chi si ponga nell’ottica della fede, questa originalità e questo sigillo hanno un nome preciso: vocazione, e cioè chiamata personale di Dio per ogni singola diversa coppia. È un cammino spesso difficile; ma per il credente anche il cammino più arduo è riscaldato dall’amore di Dio e reso più agevole dal sostegno offerto dalla fraterna comunione della Chiesa.
Chi si sposa, per il solo fatto di compiere questo atto comunitario, non dovrebbe mai soffrire l’isolamento e la solitudine, ma sentirsi vitalmente inserito nella comunità umana cui appartiene; chi poi si sposa «in Cristo e nella Chiesa» ha in più la solidarietà profonda della comunità di fede.
Gianna e Giorgio Campanini